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Lasciate che i vostri figli vengano a me

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Ha creato il «mondo Mac», ha inventato l’Ipod. Ha rivoluzionato i cartoni animati con Pixar. E adesso, un passo alla volta, sta dando l’assalto alla Disney. Perchè? Mosse e segreti del cinquantenne più amato dai teeneger. E più’ temuto dai colleghi.



Un telefonino dalle prestazioni rivoluzionarie o uno schermo portatile molto più seducente del «video iPod» lanciato qualche mese fa o, ancora, un piccolo cubo nero destinato a impadronirsi dei soggiorni delle nostre case, con la sua capacità di integrare in un unico sistema computer, musica, tv, giochi, videocamera e «home theatre». I seguaci della Apple si interrogano sulla next big thing che uscirà dalla manica di Steve Jobs che intanto, divenuto anche il maggior azionista della Disney, si prepara a portare le sue «fantasie digitali» perfino nel mondo dei bambini. Colpi di scena che si susseguono, mentre la «chiesa» di Cupertino (la località della Silicon Valley che è sede della Apple), fondata da Jobs esattamente trent’anni fa, sta cambiando natura. L’uomo che negli anni ’70 ha aperto l’era del computer accessibile ai professionisti, agli studenti, alle famiglie – e non più solo agli specialisti dei laboratori – fino a non molto fa era il semidio venerato da una setta di adepti: i Mac enthusiasts, rimasti fedeli al sistema Macintosh anche quando il mercato era stato invaso dalla Microsoft di Bill Gates. La scelta della Apple era stata quella diventare la Jaguar – o la Ferrari – dei computer: macchine di alte prestazioni, con un design seducente, ma non abilitate a dialogare con Windows, il sistema «proletario» che ha consentito a Gates di crescere a velocità prodigiosa, fin a divenire un quasi monopolista. Quella costruita da Steve Jobs era una «torre d’avorio» affollata (nei dieci anni di maggior splendore della Apple sono stati venduti 12 milioni di «Mac»), ma pur sempre una «torre d’avorio»: la sua quota non è mai andata oltre il 4 per cento del mercato mondiale. Una setta con i suoi evangelisti: migliaia di supporter disinteressati che hanno convinto amici e conoscenti ad aderire al culto del «Mac».

Con i suoi profeti: dal cofondatore della Apple, Steve Wozniak, a Jef Raskin, il geniale scienziato-musicista che studiò per primo un sistema con un’interfaccia grafica comprensibile anche per il grande pubblico e gli dette il nome della sua mela preferita, la McIntosh, appunto. E perfino con un martire: lo scrittore afroamericano Rodney Lain che ha celebrato il «Mac» in saggi e poesie, finendo suicida durante una crisi depressiva. Ma quattro anni fa, col lancio dell’iPod, la setta ha cominciato a trasformarsi in religione di massa. All’inizio pochi lo avevano previsto: quando, un mese dopo l’attacco alle Torri gemelle, Jobs presentò il suo primo riproduttore digitale di musica, entrando con un prezzo elevato (400 dollari) in un mercato fin lì dominato dai «walkman» della Sony, fu deriso con una battuta sprezzante: iPod sta per idiots price our devices («il prezzo è stato fissato da degli idioti»). È stato, invece, un successo straordinario. Anche l’iPod è diventato un oggetto di culto, ma, a differenza del Mac, non è rimasto il simbolo esclusivo di una élite: nel solo 2005 ne sono stati venduti 42 milioni di esemplari conquistando, nonostante il prezzo elevato (anche se più basso di quello originale), l’80 per cento di questo nuovo mercato. teste di logo L’«iPod-mania» ha contagiato ovunque i giovani. E intanto in America cominciano addirittura a comparire le macchine che distribuiscono «iPod», come fossero lattine di Coca Cola e dilagano le mode degli accessori «griffati», dei tatuaggi, addirittura delle rasature che stampano sul cranio il logo della Apple. Sulla rete, poi, sono ormai migliaia i siti in cui i fan dell’iPod si scambiano esperienze e consigli. I 141 templi della cultura Macintosh, gli «Apple store» sparsi in America, Giappone, Canada e Gran Bretagna (in autunno il primo «Store» dell’Europa continentale verrà aperto a Roma), che un tempo erano ovattati santuari della tecnologia, sono ormai divenuti luogo d’incontro di variopinte folle di giovani che hanno trasformato questi hot spots in veri e propri luoghi di socializzazione. E Steve Jobs è il mito di tutti, giovani e meno giovani, fanatici dei suoi prodotti e giornalisti ancora «ustionati» dai suoi modi ruvidi nei rapporti coi media. Geniale ed egocentrico, generoso e arrogante, Jobs è il pifferaio magico che sa inventare un’elettronica con l’anima. La sua storia straordinaria e dolorosa – abbandonato dai genitori alla nascita, estromesso dalla Apple dieci anni dopo averla fondata, rientrato trionfalmente in azienda dopo altri dieci di «traversata del deserto» e, al culmine del successo, colpito da un tumore al pancreas, al quale è tuttavia sopravvissuto – suscita una simpatia umana che nemmeno i suoi atteggiamenti scostanti e algidi riescono a spegnere. Per i giovani innamorati della tecnologia e della libertà Jobs è l’icona perfetta del nostro tempo: il cervello del grande manager, l’approccio specialistico dell’ingegnere e il cuore del buddista zen, col gusto dell’estetica e la genialità alimentate anche dalla cultura hippy che ha profondamente influenzato Jobs negli anni ’70. Ma, superata la soglia dei 50 anni (è nato nel 1955), spente le 30 candeline per la Apple – da lui fondata, come un «pesce» goliardico, il primo aprile del 1976 – Steve Jobs sta forse cambiando pelle: qualche mese fa è diventato, appunto, il maggior azionista della Disney, il gigante dei cartoni animati e dell’intrattenimento, al quale ha venduto la Pixar, il primo studio cinematografico al mondo specializzato nella produzioni di cartoon digitali. Pixar è la creatura che ha tenuto in vita Jobs negli anni dell’«esilio», quella sulla quale ha a lungo riversato la sua creatività. Così ora c’è chi pensa che, dopo aver conquistato i nostri adolescenti, il «figlio dei fiori» fattosi capitano d’industria voglia catturare anche i nostri bambini, rivoluzionando il mondo dell’intrattenimento e dell’animazione sulla scia dei successi di Toy Story, Nemo e degli Incredibili. Tutti successi della Pixar mentre la Disney, che aveva scartato l’animazione digitale considerandola troppo fredda, ha infilato una serie di «flop». Ma secondo Richard Doherty, un analista dell’Envisioneering Group che lo ha studiato a fondo, Jobs non emigrerà certo a Burbank, dove ha sede la Disney: in futuro terrà un piede nella Tomorrowland dei sogni dei ragazzi, mentre l’altro resterà saldamente nel mondo dei computer. Dove questo eterno ragazzo, che continua a presentarsi in azienda con la barba lunga, un dolcevita nero e un paio di jeans, sta probabilmente pensando di fare con i Pc della Apple quello che ha già fatto con l’iPod: conquistare nuove quote di mercato abbattendo le barriere tecniche, aprendosi all’interoperabilità dei sistemi. Dalla fine del 2005 Apple, fedele da decenni alla tecnologia Ibm, ha cominciato a montare sui suoi computer i microchip dell’Intel, quelli utilizzati da tutte le macchine che «girano» con Windows. E, qualche giorno fa, il gruppo di Cupertino ha annunciato di aver messo a punto un programma che consentirà ai suoi computer funzionare anche col sistema Windows. Per l’«iMac» si aprono grandi praterie commerciali, ma i fedeli del Macintosh scuotono la testa delusi per quello che anche i grandi consulenti internazionali hanno bollato come un «cambio di religione». La Apple è consapevole della natura «blasfema» dell’operazione e infatti, arrossendo un po’, ha deciso che questo programma, denominato «Boot Camp», sarà disponibile gratuitamente in rete, ma ha anche stabilito che i tecnici di supporto dei suoi negozi, i cosiddetti «MacGeniuses», non aiuteranno i clienti a istallarlo.

Da Magazine del Corriere della Sera


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04/20/2006 | Apple, Cellulari, Macintosh, Software, Steve Jobs, Tecnologia, Varie, iPod | Comments

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9 Responses to “Lasciate che i vostri figli vengano a me”

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